Quasimodo e l'Ermetismo:
l'impossibilità di comunicare

 

    INDICE:

 

    L'Ermetismo

    Salvatore Quasimodo

 

L' ERMETISMO

    Denominazione e limiti cronologici

La poesia ermetica è quella che sorge intorno agli anni venti e si sviluppa negli anni compresi tra le due guerre mondiali, esaurendosi gradatamente nel secondo dopoguerra sotto l'irrompere del neorealismo.

 

Il termine ermetismo con l'aggettivo ermetico deriva da Ermete o Mercurio, il dio delle scienze occulte, e fu adoperato in senso dispregiativo, da Francesco Flora, ad indicare la nuova poesia che accusò i poeti ermetici, per la loro lirica concentrata, rarefatta (sottile), scarna ed elusiva, di oscurità e indecifrabile, come se fosse una scienza occulta. 

    I precedenti culturali

La poesia ermetica si muove nell'ambito del Decadentismo, ma di tutte le poetiche sorte in seno al Decadentismo fa sua e sviluppa quella dei simbolisti francesi. Perciò è detta anche poesia neosimbolista.

 

Da Baudelaire infatti riprende la concezione dell'arcana corrispondenza tra le cose; da Rimbau e Mallarmè riprende la concezione della poesia come "illuminzaione"; da Verlaine riprende il rifiuto dell'eloquenza, dell'enfasi oratoria dei poeti ottocenteschi; da Valery riprende la concezione di un'arte rigorosa. Sulla poetica dell'Ermetismo influì la stessa estetica del Croce, la sua concezione della poesia come intuizione pura, anche se poi il Croce fu aspro critico della nuova poesia e in genere del Decadentismo, da lui definito la "fabbrica del vuoto".

 

La poetica del Mallarmè e dei simbolisti francesi si diffonde in Italia alcuni decenni dopo il suo sorgere, per il generale ritardo di tutta la cultura italiana rispetto all'evoluzione della cultura europea.

 

Solo durante la prima guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi, in mutate condizioni psicologiche, morali, politiche e sociali, si verificò anche in Italia la crisi della civiltà romantica e positivistica, che favorì la conoscenza e la diffusione degli aspetti più profondi del decadentismo europeo.

   I contenuti e le forme della poesia ermetica

Per quanto riguarda i contenuti, la poesia ermetica rifiuta la concezione oratoria della poesia intesa come celebratrice di ideali esemplari (la religione, la patria, la storia, l'eroismo, la virtù, ecc.) e persegue l'ideale della "poesia pura", libera cioè non solo dalle forme metriche e retoriche tradizionali, ma anche da ogni finalità pratica, didascalica, celebrativa, narrativa e descrittiva.

 

La poesia pura è quella che esprime il nostro essere più profondo e segreto.

Il tema centrale della nuova poesia che accomuna gli ermetici alla contemporanea tematica di Svevo, di Pirandello e della filosofia esistenzialistica, è il senso della solitudine disperata dell'uomo moderno, che ha perduto la fede negli antichi valori, nei miti della civiltà romantica e positivistica e non ha più ceretzze a cui ancorarsi saldamente, in un mondo incomprensibile, sconvolto dalle guerre, offesso dalle dittature.

Ne consegue una visione della vita sfiduciata e desolata, priva di illusioni, da Ungaretti "uomo di pena", che si sente in esilio in mezzo agli uomini, a Montale che vede negli aspetti quotidiani della realtà "il male di vivere", a Quasimodo che ricorda il destino di ogni uomo che "sta solo sul cuore della terra, trafitto da un raggio di sole", inchiodato cioè alla vita, che presto si conclude con la sera della morte ("ed è subito sera").

 

Altri temi della nuova poesia sono l'incomunicabilità, cioè l'incapacità e l'impossibilità di un colloquio fiducioso ed aperto con gli altri; l'alienazione, ossia la coscienza di essere ridotto ad un ingranaggio della moderna civiltà di massa; la frustrazione, ossia la coscienza del contrasto tra una realtà quotidiana sempre banale e deludente e l'ideale di una vita diversa, intuita ma irrealizzabile.

 

I nuovi poeti non hanno più miti e certezze in cui credere, perciò i poeti ermetici vanno alla ricerca di nuove forme che meglio rispecchino il loro stato d'animo, e le trovano nelle parole essenziali, scabre secche, che rispecchiano lo stato d'animo di chi, perdute le antiche certezze si ripiega su se stesso e scopre la propria miseria e la propria angosci esistenziale.

 

Una caratteristica della poesia ermetica è l'uso frequente dell'analogia e della sinestesia. 

L'analogia è l'accostamento immediato di due immagini, situazioni, oggetti tra loro lontani, fondato su di un rapporto di somiglianza o di uguaglianza. Nella poesia tradizionale l'analogia era espressa tramite la similitudine, che veniva introdotta dalle particelle correlative "come... così... (tale)". I nuovi poeti sopprimono le particelle correlative e fondano insieme nell'analogia i due concetti.

 

La sinestesia, che letteralmente significa "percezione simultanea", è l'accostamento di sensazioni avvertite appunto simultaneamente. Un esempio di sinestesia è "l'urlo nero" di una celebre poesia di Quasimodo, dove simultaneamente si percepisce una sensazione uditiva (l'urlo) e una visione visiva (nero = cupo, tragico, disperato).

    I poeti ermetici

Precursore degli ermetici viene considerato il poeta Dino Campana, autore dei Canti orifici. Per quanto riguarda poi i poeti ermetici in genere, quando si parla di essi, si raggruppano insieme quasi tutti i poeti che operano tra le due guerre mondiali, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Umberto Saba, ecc. Altri però rifiutarono questo generale accostamento, perchè della nuova poesia fiorita tra le due guerre, distinguono il primo periodo, compreso tra gli anni '20 e '30, quello della poesia "pura ed essenziale", che coincide con l'opera di Ungaretti e Montale, e il secondo periodo, quello della poesia ermetica propriamente detta, compreso tra gli anni '30 e '40, che coincide con il primo periodo dello svolgimento della poesia di Quasimodo.

    La poesia ermetica ed il Fascismo

Per essersi sviluppata quasi interamente durante il ventennio nero, la poesia ermetica ha fatto sorgere il problema del rapporto con il fascismo.

Molti ritengono che essa sia stata una forma di resistenza blanda, ma ferma al fascismo. Alla bolsa retorica che esaltava il regime ed i suoi rozzi miti, i poeti ermetici opposero il disimpegno sul piano politico e sul piano letterario l'ideale di una poesia scarna, stringata, aristocratica, priva di contatti con la realtà, centrata esclusivamente sulla tematica dell'angoscia esistenziale e sul recupero memoriale, che le conferisce un tono elegiaco, del tutto opposto all'ottimismo e all'entusiasmo celebrativo, a cui il regime condannava gli intellettuali al suo servizio.

    La poesia ermetica ed il pubblico

La poesia ermetica, per l'arditezza e la celebrità delle analogie e il linguaggio spesso oscuro e involuto, restò e resta tuttora incomprensibile per il grosso pubblico e, a parte qualche eccezione, presenta una sostanziale aridità spirituale, perchè è estranea agli interessi umani, civili e sociali delle grandi masse. Ecco perchè con la fine della guerra, con l'irrompere sulle scene della storia delle grandi masse popolari, essa è andata gradatamente affievolendosi fino a scomparire quasi del tutto.

    L'importanza storica dell'ermetismo

Tuttavia, nonostante i suoi limiti, la poesia ermetica è storicamente importante, perchè ha messo la letteratura italiana, di solito un po' arretrata e provinciale, a contatto con la letteratura europea ed è stata anch'essa una testimonianza della crisi spirituale dell'Italia e dell'Europa tra le due guerre. Inoltre ha contribuito a liberare la poesia italiana dai residui della retorica e dell'oratoria tradizionale ancora tenace.

 

SALVATORE QUASIMODO

    Cenni biografici

Salvatore Quasimodo nacque a Modica (Ragusa) nel 1901 da Gaetano, capostazione delle ferrovie, e da Clotilde Ragusa, di origine greca per parte di madre. Compiuti gli studi tecnici di geometra a Messina, si iscrive alla facoltà di ingegneria a Roma e frequenta l'Accademia dei nobili ecclesiastici, dove studia il latino ed il greco, acquistando una buona conoscenza dei classici, che avrà una notevole influenza sulla sua poesia. Divenuto funzionario del genio civile, abbandona gli studi di ingegneria e viaggia in varie regioni d'Italia per ragioni di lavoro. A Firenze, dove lo invita il cognato, Elio Vittorini, che ha sposato la sorella di Quasimodo, Rosina, frequenta l'ambiente di Solaria e collabora a riviste di letteratura e poesia. Nel 1941 viene nominato "per chiara fama" professore di letteratura italiana al Conservatorio "G. Verdi". Nel 1959 ottiene il premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: "Per le sue poesie che, con ardore classico, esprimono oil sentimento tragico della vita del nostro tempo". Muore nel 1968 a Napoli, dove viene trasportato con urgenza all'ospedale, dopo che, mentre ad Amalfi presiedeva la giuria di un premio letterario, era stato colpito da infarto.

    Il Pensiero e lo svolgimento della sua poesia

Anche Quasimodo, come Ungaretti e Montale, ha un sentimento tragico e desolato della vita del nostro tempo, dovuto al crollo degli ideali romantici e positivistici. Quasimodo passa dallo sconforto e dal disimpegno alla denunzia della responsabilità degli uomini per il dolore del mondo e all'impegno per la costruzione di un mondo migliore, in nome della fraternità e solidarietà umana, che spetta soprattutto ai poeti, come infatti egli afferma nel Discorso sulla poesia: "La posizione del poeta non può essere passiva nella società: egli modifica il mondo. Le sue immagini forti... battono sul cuore dell'uomo più della filosofia e della storia". A questo svolgimento etico di Quasimodo corrisponde lo svolgimento della sua poesia, che presenta due momenti distinti.

 

Il primo periodo ha carattere solipsistico e nostalgia nel contenuto, ermetico nella forma. Sradicato dalla famiglia e dalla sua terra per ragioni prima di studio, poi di lavoro, e sbalestrato nel mondo crudele ed alienante della grande città, in Quasimodo si forma subito il complesso dell'esule, tormentato dalla nostalgia dell'infanzia remota, rimpianta come un'età di innocenza e di serenità, e dalla nostalgia della Sicilia, rimpianta come una terra favolosa di felicità, un Eden irrimediabilmente perduto.

La solitudine ed il rapido morire delle illusioni; il senso del mistero, la nostalgia e il rimpianto dell'infanzia, della famiglia e della Sicilia sono i motivi più insistenti delle raccolte di poesie di questo periodo. In esse Quasimodo è alla ricerca di una sua forma espressiva, e dapprima in Acque e terra (1929) raggiunge sovente un felice equilibrio fra sentimento ed espressione; poi in Oboe sommerso (1932) si muove sulle orme dei simbolisti francesi, riecheggiando ed esasperando i moduli espressivi dell'Ermetismo, nella ricerca della parola scarna, essenziale allusiva, e nell'uso di forme ellittiche, di analogie e sinestesie, a volte forzate, intellettualistiche ed indecifrabili.

Dalle forzature dell'Ermetismo lo salva la traduzione dei lirici greci, che Quasimodo conduce con scarso rigore filologico, ma in modo poeticamente efficace, rivivendoli con sensibilità tutta moderna. Sotto l'influsso dei lirici greci e col recupero delle forme metriche tradizionali, soprattutto dell'endecasillabo, la poesia di Quasimodo si fa più limpida, più aperta e distesa, più personale e suggestiva soffusa da una dolce tristezza, come si vede nell'ultima raccolta di poesie di questo periodo dal titolo assai significativo, Nuove poesie (1942), che fa ponte con le raccolte del secondo periodo della lirica di Quasimodo.

 

Il secondo periodo della poesia di Quasimodo ha carattere civile, umanitario e sociale nel contenuto, oratorio ma di una oratorietà controllata ed essenziale nella forma. Le raccolte del secondo periodo sono: Giorno dopo giorno (1947), La vita non è sogno (1949) e Il falso e vero verde (1956).

Il passaggio dal primo periodo, che è quello del disimpegno, al secondo periodo che è quello dell'impegno è determinato dalle tragiche vicende della seconda guerra mondiale, che con la sua follia omicida apre il cuore di Quasimodo alla realtà storica e alla cronaca del proprio tempo, strappandolo alla tematica onirica, solipsistica ed ermetica del proprio periodo ed orientandolo verso la tematica storica e sociale, al colloqui con gli altri, che soffrono la sua stessa pena e ai quali dona infine la speranza di un mondo migliore.

Egli ora non è più il nostalgico ricercatore di età e terre lontane, ma il giudice severo della sua epoca, perciò denuncia e condanna con potenza realistica le atrocità della guerra, e la ferocia degli uomini moderni ed esorta i figli a dimenticare l'opera cruenta dei padri.

 

Anche in questo secondo periodo della poesia di Quasimodo ritorna il motivo della Sicilia, ma essa non è più vista come una terra favolosa di sogno ma come una terra di dolore che attende l'ora del riscatto.

Quando poi nel dopoguerra si accorge che alla ricostruzione materiale non si accompagna quella morale degli spiriti, perchè vede gli uomini nuovamente divisi da ideologie, disposti ad azzuffarsi ancora, dimentichi degli orrori recenti, Quasimodo ammonisce gli uomini sui rischi apocalittici di un nuovo conflitto.

Nelle ultime due raccolte di poesie, La terra impareggiabile (1958) e Dare e avere (1966) ritroviamo ancora insieme tanto i motivi  nostalgici quanto quelli umanitari e sociali, volti ad ispirare la fraternità e la solidarietà tra gli uomini.

    Alle fronde dei salici

1

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

tra i morti abbandonati nelle piazze

sull'erba dura di ghiaccio, al lamento

d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese:

oscillavano lievi al triste vento.

5

10

 

La poesia si apre con una lunga domanda, accorata e angosciosa, sul significato della poesia in un mondo sconvolto e distrutto dalla guerra, oppresso e soffocato (v.2). La risposta (peraltro già implicita nella prima parte, concitata e folta di immagini raccapriccianti, che si distendono da un verso all'altro) suona negativamente negli ultimi tre versi, in cui il silenzio del poeta traduce lo strazio dell'uomo e la protesta contro le atrocità commesse. A differenza della fase precedente, in cui la poesia mirava a cogliere l'essenza delle cose o si proponeva come esperienza puramente individuale, Quasimodo utilizza qui la prima persona plurale ("noi", ripreso al v.9 dalle "nostre cetre"), a conferma di una nuova direzione dell'esercizio poetico, che riscopre i valori della solidarietà collettiva e si apre verso la storia.

 

Dell'ispirazione ermetica resta il gusto per l'analogia, che si fa tesa e vibrante. Ma il discorso si sviluppa in forme più comunicative, insieme drammatiche e composte nel loro misurato rigore, attraverso la chiara scansione degli endecasillabi. Un sentimento di commozione religiosa pervade questi versi, che nascono non a caso da una memoria biblica.

 

Ma il dolore è impotente e la poesia non può offrire, "per voto", che il silenzio nell'immagine delle cetre che oscillano alle fronde dei salici, un albero che rappresenta il pianto e il dolore.